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ciaschedun mio desir caldo d amore
facea contento in questa valle trista, 4
dove più noia chi più vive acquista,
non curo omai se del dolente core,
alma, ten vai, perciò che l mio dolore
non regolerà mai discreto artista. 8
Anzi ten va, ch io, che solea cantare,
non vo pascer l invidia di coloro
a quai doler solea la mia letizia. 11
Vatten adunque omai, non aspettare
d esser cacciata, e altrove ristoro
prendi, se puoi, di questa mia trestizia. 14
Letteratura italiana Einaudi 69
Giovanni Boccaccio - Rime
LXVIII
Deh, quanto è greve la mie sventura
e mobile più ch altro il viver mio!
Io piango spesso con tanto disio
quant alcun rida: e mentre il pianto dura, 4
vien nella mente mia quella figura
che più ch altro mi piace, sallo Iddio.
Quivi col lieto aspetto vago e pio
conforta l core e l alma rassicura, 8
dicendo cose, ch ogni spiritello
smarrito surge lieto e pien d amore
e me fan più ch alcun altro contento. 11
Di quinci nasce chi dal viso bello
mi mostra esser lontano, onde l dolore
torna più fier che prima per un cento. 14
Letteratura italiana Einaudi 70
Giovanni Boccaccio - Rime
LXIX
Contento quasi ne pensier d amore,
soletto un giorno in essi dimorava,
imaginando il suo alto valore;
e, mentre dolcemente più pensava,
Amor m apparve con gioioso aspetto, 5
ver me dicendo: «Qual pensier ti grava?
Non istar qui, ch amoroso diletto
ti mosterrò, se tu mi seguirai,
di belle donne in fresco giardinetto».
Allora in piedi ritto mi levai, 10
seguendo lui, che diritto sen gio
in un giardin dilettevole assai.
Lasciommi quivi, e disse: «Mentre ch io
a tornar penerò, fa che m aspetti»;
e volando da me si dipartio. 15
Ma e non stette guari, ch io vedetti
lui ritornar con dodici donzelle
gaie, leggiadre e con gentili aspetti.
Tutte eran fresche, dilicate e belle,
d erbe e di frondi verdi coronate, 20
negli occhi lor lucenti più che stelle.
Tutte danzando venieno ordinate
su un bello prato d erbette e di fiori,
nel qual danzando Amor l avea menate.
Fessi ver me Amor: «Tu, che di fori 25
della danza dimori, riguardando
ne belli occhi a costoro i miei ardori,
odile nominare, sì che quando
forse sarai di fuor da questo loco,
d onorarle disii per mio comando. 30
Tra l altre, che più guarda il nostro foco
con senno e con virtù, costei è quella
allato a cui con allegrezza gioco.
Letteratura italiana Einaudi 71
Giovanni Boccaccio - Rime
Di Giachinotto monna Itta s appella,
de Tornaquinci, e Meliana è colei, 35
di Giovanni di Nello, ch è dop ella.
E la Lisa e la Pechia, che con lei
vengono appresso, amendune figliuole
di Rinier Marignan son saper dei.
A nostra danza quinta è il tuo sole, 40
cioè quella Fiammetta che ti diede
con la saetta al cor, ch ancor ti dole.
Ell è più bella ch altra, ma nol crede
chi non riguarda lei con gli occhi tuoi,
però che tanto avanti alcun non vede. 45
E la bella lombarda segue poi,
monna Vanna chiamata, e, se tu guardi,
nulla più bella n è con essonoi.
Di Filippozzo Filippa de Bardi
seguita bella, e poi monna Lottiera 50
di Neron Nigi con soavi sguardi.
La Vanna di Filippo, Primavera
da tal conosci tu degna chiamata,
vedila poi seguir nostra bandiera.
Allato allato a lei vedi onorata 55
Sismonda di Francesco Baroncelli,
e poi, appresso lei, accompagnata
Niccolosa è di Tedice Manoelli
insieme appresso con Bartolomea
di Giovanni: Beatrice cre s appelli. 60
E ben che n fine della danza stea,
non è men bella, ma vien per riscossa,
come tu vedi»; e io ben lo vedea.
Tacquesi allora, e la danza fu mossa
sopra bei fiori e sotto verde fronda, 65
che a raggi solar toglieva possa.
Onde ciascuna di quella gioconda
e bella danza, gaia e leggiadretta,
a cantar cominciò, come seconda
questa leggiadra e bella canzonetta: 70
Letteratura italiana Einaudi 72
Giovanni Boccaccio - Rime
LXX
«Amor, dolce signore,
che hai il nostro core
in tua balia, per Dio, fanne contente.
Tu se nostro signor caro e verace,
e noi così volemo; 5
tu se colui che ne può render pace
nel gran disio ch avemo:
però quanto potemo
preghian tua signoria
che nver di noi si porti umilemente. 10
Noi siam qui giovinette, e tu l ti sai,
che poca di grevezza,
che noi sentiam, ci par sentire assai;
però la tua grandezza
a chiunque la sprezza, 15
signor, falla sentire,
ch a noi non cal, che siam tue veramente.
Fa sentire a coloro il tuo valore,
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