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molti anni hanno cambiato strada, e non ci passano piú,
da queste parti . Veramente, un pastore venne, poco
prima di Natale, con un suo ragazzo, e la zampogna, ma
si fermò un giorno solo, per salutare certi suoi compa-
gni, e non andò in chiesa. Lo trovai in casa dei suoi ami-
ci, dalla vecchia Rosano, la contadina madre del murato-
re, quella che era venuta a trovarmi da sola. C era
conversazione da lei, quella sera, e io, che passavo per la
strada, fui invitato a entrare, e a bere il vino e a mangia-
re le focacce. Avevano sgombrato la stanza, e una venti-
na di giovani contadini e contadine, nipoti e parenti del-
la vecchia, ballavano al flebile suono della zampogna.
Era una specie di tarantella, i danzatori non si toccavano
che la punta delle dita, girandosi attorno, come in una
specie di ruota, o di corteggiamento cadenzato. Poi tutti
si fermarono, e si fecero in mezzo alla stanza, tenendosi
per mano, un giovane contadino e la sua fidanzata, la fi-
glia della vecchia, una ragazza alta e robusta, dal viso ro-
sato, che vedevo spesso passare per le strade con degli
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Carlo Levi - Cristo si è fermato a Eboli
enormi pesi in equilibrio sul capo, sacchi di cemento,
secchi pieni di mattoni, e perfino dei lunghi e grossi tra-
vi da soffitto,che portava come fossero fuscelli, senza
reggerli con le mani: lavorava per suo fratello, il murato-
re. Tutti tacquero, e restarono a guardare; e la zampo-
gna intonò una nuova nasale, singhiozzante, belante,
animalesca tarantella. I due fidanzati avevano un senso
naturale della danza; come di una sacra rappresentazio-
ne; cominciarono con passi guardinghi avvicinandosi e
volgendosi repentinamente le spalle, aggirandosi in cer-
chi senza incontrarsi, battendo il piede in cadenza, con
occhiate e gesti di ritrosia e di rifiuto; poi andarono ac-
celerando i passi, sfiorandosi al passaggio, prendendosi
per le mani, e ruotando come trottole; poi, su un ritmo
sempre piú rapido, i cerchi si strinsero, finché comincia-
rono a urtarsi, nel loro piroettare, con gran colpi dei
fianchi; e si trovarono infine uno di faccia all altro, dan-
zando con le mani alla vita, come se la pantomima della
schermaglia amorosa e dei simulati rifiuti fosse finita, e
dovesse ora cominciare una danza d amore. Ma qui tutti
batterono le mani, la zampogna tacque e i ballerini, col
respiro grosso, visi rossi e gli occhi lucenti si sedettero
con la compagnia. I bicchieri di vino passarono in giro,
si parlò ancora un poco, al lume oscillante del fuoco del
camino; poi lo zampognaro partí. Fu questo, che io sap-
pia, l unico ballo a Gagliano in tutto l anno che ci restai.
E venne la vigilia di Natale. La terra era piena di neve
e di abbandono. Il vento portava il funebre suono della
campana, che pareva scendere dal cielo. Gli auguri e le
benedizioni piovevano, al mio passaggio, dagli usci delle
case. I bambini giravano a gruppi, per l ultima questua
dei cupi-cupi. I contadini e le donne andavano attorno,
portando i regali alle case dei signori; qui è uso antico
che i poveri rendano omaggio ai ricchi, e rechino i doni,
che vengono accolti come cosa dovuta, con sufficienza, e
non ricambiati. Anch io dovetti ricevere, quel giorno,
Letteratura italiana Einaudi 188
Carlo Levi - Cristo si è fermato a Eboli
bottiglie di olio e di vino, e uova, e canestrelli di fichi
secchi, e i donatori si meravigliavano che io non li accet-
tassi come una decima obbligatoria, ma che me ne scher-
missi, e facessi, in cambio, come potevo, qualche dono.
Che strano signore ero io dunque, se non valeva per me
la tradizionale inversione della favola dei Re Magi, e si
poteva entrare a casa mia a mani vuote? Che quei poten-
ti fossero venuti dall Oriente, seguendo la stella, per por-
tare le loro ricchezze al figlio di un falegname, era un se-
gno della prossima fine del mondo. Ma qui, dove Cristo
non era venuto, non s erano mai visti neppure i tre Re.
Don Luigino mandò generosamente ad avvertire che
quella sera, in segno di festa, avremmo potuto restar
fuori di casa fino a tardi, ed assistere, se volevamo, alla
messa di mezzanotte. A mezzanotte precisa io ero da-
vanti alla chiesa, nella folla di contadini, di donne e di si-
gnori; e battevamo i piedi nella neve frusciante. Il cielo
si era rasserenato, brillava qualche stella, Gesú Bambino
stava per nascere Ma la campana non suonava, la porta
della chiesa era chiusa col catenaccio, e di don Trajella
non si vedeva traccia. Aspettammo una mezz ora davan-
ti a quella porta sbarrata, sempre piú impazienti. Che
cosa era successo? Il prete era malato, o forse, come
strillava don Luigino, era ubriaco? Alla fine il podestà si
decise a mandare un ragazzo a casa del parroco, a chia-
marlo. Di lí a qualche minuto si vide scendere dal vicolo
don Trajella, con dei grandi stivaloni da neve, e una
grossa chiave in mano: si avvicinò all uscio, mormoran-
do qualche scusa per il ritardo, diede un giro di chiave,
spalancò la porta, e corse ad accendere i ceri sull altare.
Entrammo allora tutti in chiesa, e la messa cominciò,
una povera messa affrettata, senza musiche e senza can-
ti. Quando la messa fu finita, all Ite missa est, don
Trajella scese dall altare, e, traversando le panche dove
eravamo seduti, salí sul pulpito per pronunziare la sua
predica.
Letteratura italiana Einaudi 189
Carlo Levi - Cristo si è fermato a Eboli
Fratelli carissimi! cominciò. Carissimi fratelli!
Fratelli! e qui subito si interruppe, e cominciò a fruga-
re in tutte le tasche, balbettando fra i denti parole in-
comprensibili. Inforcò gli occhiali, se li tolse, li rimise
sul naso, tirò fuori il fazzoletto, si asciugò il sudore, alzò
gli occhi al cielo, li rivolse in basso all uditorio, sospirò,
si grattò la testa in segno di sommo imbarazzo, lanciò
degli oh! e degli ah!, congiunse le mani, le disgiunse,
mormorò un pater, e finalmente tacque, con l aspetto di
un uomo disperato. Un mormorío corse nella folla. Che
cosa avveniva? Don Luigino si fece rosso in viso, e co-
minciò a stridere: È ubriaco! La sera di Natale! Fra-
telli carissimi! ricominciò don Trajella dal pulpito,
ero venuto qui, con animo pastorale, per parlare un po-
co con voi, che siete il mio gregge dilettissimo, in occa-
sione di questa Santa Festa; per portarvi la mia parola di
Pastore amoroso, solliciti et benigni et studiosi pastoris.
Avevo preparato una predica veramente, mi sia conces-
so di dirlo con ogni umiltà, bellissima: l avevo scritta,
per leggerla, perché non ho molta memoria. L avevo
messa in tasca. E ora, ahimè, non la trovo piú, l ho per-
duta; e non mi ricordo piú di nulla. Come fare? Che co-
sa potrò dire a voi, miei fedeli, che aspettate da me la pa-
rola? Ahimè, le parole mi mancano! E qui don Trajella
tacque di nuovo, e rimase immobile, con gli occhi al sof-
fitto, come assorto. In basso, tra le panche, i contadini
aspettavano, incerti e incuriositi: ma don Luigino non si
trattenne piú, si alzò rabbioso: È uno scandalo, è una
profanazione della Casa di Dio. Fascisti, a me! I conta-
dini non sapevano chi guardare. Don Trajella, come
scuotendosi dall estasi, si era inginocchiato, rivolgendosi
verso un crocifisso di legno, attaccato sul bordo del pul-
pito, e, con le mani unite in preghiera, diceva: Gesú,
Gesú mio, vedi in quale imbarazzo mi trovo, per i miei
peccati. Aiutami tu, mio Signore! Fammi uscire da que-
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